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17. Palazzo Buzi

Commissionato da Vincenzo Buzi, il palazzo risulta completato nel 1583. È l'unica opera civile di Ippolito Scalza che sia stata completata nel prospetto, almeno mentre l’architetto era in vita. Il problema progettuale principale era l’inserimento in una strada molto stretta (via Soliana), e avendo di fronte l'imponente Palazzo Soliano o di Bonifacio VIII: nel Palazzo Clementini (n. 9) invece si trattava del tema opposto, cioè dell’inserimento in una piazza molto allungata. Scalza abbassa i piani sul prospetto allungato, li comprime e li schiaccia, gioca tutto sul contrasto fra l'orizzontalità rigida delle cornici marcapiano e il verticalismo serrato delle finestre. E, nel senso orizzontale, allontana fra loro le finestre (il rapporto tra lo spazio di queste e gli spazi intermedi intonacati è di 1:2, mentre nel Palazzo Clementini, stesura più morbida, è di 1:1).

Si comprende così, anche di scorcio, lo schema ritmico della facciata: le aperture invece di unirsi per piano si uniscono per asse creando delle zone piene verticali. In tal modo il principio rinascimentale classico di equilibrio e serenità è superato, e ogni accordo di linee e di spazi viene sacrificato ad un ideale pittorico e scultoreo che produce un'architettura dinamica e d’insieme grazie al contrasto di ombre e all’opposizione di volumi. Data la minima larghezza stradale, diventano importanti i due cantonali, specialmente quello di destra che si affaccia verso piazza del Duomo: il filo del palazzo avanzava rispetto al prospetto vicino (l'edificio del Brefotrofio abbattuto intorno al 1905).

Quindi, come una imponente quinta, l'angolo inquadrava via Soliana con un monumentale cantonale bugnato al piano terra, sovrastato da due livelli di sottili paraste binate. Al piano intermedio, per limitare lo spazio libero in elevazione, viene integrato il capitello delle paraste binate con la fascia marcapiano: questo nell'obiettivo di far sì che le mostre delle finestre risultassero come compresse dalla sovrastante modanatura, e fosse quindi più evidente il loro estroflettersi verso l'esterno. Il tentativo di stringere fra loro gli elementi architettonici fu un elemento costante del lo stile dello Scalza: possiamo immaginare che egli, nato scultore, si ponesse di fronte ai problemi della composizione architettonica come uno scultore si pone di fronte al problema di organizzare ed equilibrare le masse a partire dal blocco bruto di pietra. Analizziamo i momenti architettonici rappresentativi del palazzo.

Le finestre a piano terreno sono del tipo a doppia mostra: con un procedimento a cannocchiale, dietro la mostra “classica” principale è incorporato un secondo sistema con mensole a triglifo e ribattiture laterali, che regge il timpano. Scalza sovrappone un elemento del fregio dell’ordine dorico, il triglifo con gocce sottostanti, che regge il timpano come se fosse una mensola, e tra i due triglifi quello che dovrebbe essere il fregio diventa una specchiatura a forma di targa, che contiene il nome della famiglia com’era normale nei fregi delle finestre rinascimentali orvietane. Al piano superiore il sistema delle finestre è più semplice, e la mostra esterna si raccorda alla prima attraverso una voluta portata sul piano del muro che si trasforma in cartoccio quasi zoomorfo.

Il portale originale di trova oggi rimontato nel Palazzo Gualterio (n. 11), ed è un elemento che manca al prospetto di Palazzo Buzi, in quanto rappresentava il momento plastico eroico che dava il senso dell'unitarietà di un prospetto altrimenti di difficile lettura. Questa è forse l'opera del nostro architetto che più si allontana dai principi cinquecenteschi e preannuncia quella che sarà la poetica barocca: Scalza, architetto appartato e quasi isolato in provincia senza grossi legami continui con quanto si produceva nello stesso periodo a Roma e a Firenze, ricava insiemi pittoreschi e di movimento in un'architettura potenzialmente ormai barocca.