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14. Duomo

Ippolito Scalza ed il rinnovamento del Duomo di Orvieto è il tema storico-artistico della seconda metà del '500 che si pone come paradigma di una serie di inserimenti ispirati dalla Controriforma che portarono alla creazione di un cantiere multidisciplinare dove le varie professionalità, dall'architetto allo stuccatore passando per il pittore e lo scultore, raggiunsero punte di qualità elevatissima. Lo Scalza fu il regista, per cinquanta anni precisi, di questa progettualità diffusa, con opere oggi scomparse o allontanate a seguito dei ripristini puristi di fine '800.

All'interno del Duomo il suo contributo fu quello del disegno delle pareti e delle dieci cappelle di stucco (inserite nei vani semicilindrici delle absidiole di fine ‘200) che lo Scalza riprese dai modelli di Raffaello da Montelupo che ne aveva iniziato la serie. In realtà Ippolito Scalza aveva l’idea di trasformare completamente l'interno del Duomo in modo da adeguare l'aspetto della cattedrale a quello di una grande chiesa del ‘500: il suo progetto prevedeva di includere le colonne in una serie di grossi pilastri in ordine ionico (che quindi avrebbero inglobato le colonne) reggenti archi, con la zona superiore caratterizzata da una serie di finestre di vario tipo intervallate da riquadri decorati destinati a ricevere dei dipinti come era stato già organizzato nella parte esterna delle navate laterali.

Particolare peso avevano le dodici statue dell’Apostolato, ognuna addossata ad una colonna, e che furono rimosse alla fine dell’800 nell’ambito del ripristino purista che decorticò anche tutta la decorazione delle navate laterali: ben tre statue erano opera dello Scalza, San Tommaso, San Giovanni Evangelista e Sant’Andrea. Oggi queste si trovano temporaneamente nella chiesa di Sant’Agostino (n. 1), ma a breve tutto l’Apostolato verrà ricollocato in Duomo (nella foto, il rendering del rinnovato aspetto cinquecentesco che avrà il vano della navata centrale al termine dell'operazione di ripristino). Per ora, sono nella cattedrale i suoi commoventi lavori statuari della Pietà e dell’Ecce Homo, la mostra monumentale dell'organo ed il Sepolcro del Vescovo Vanzi nella Cappella del Corporale.

La Pietà (1570-78) è un gruppo scultoreo a quattro figure ricavato quasi totalmente da un unico blocco di marmo (la parte superiore della scala è ricavata da un secondo blocco, ma la giunzione è abilmente camuffata da un panno che si intreccia con un piolo). Questa era un’impresa che nemmeno Michelangelo era riuscito a completare, anche se l’aveva tentata nella Pietà fiorentina. Il gruppo marmoreo è in realtà una sintesi tra l’iconografia della Pietà, concentrata sulle sole figure della Madonna e del Cristo morto, e quella della Deposizione, da cui provengono le figure della Maddalena e di Nicodemo. Il Cristo morto è abbandonato sopra il grembo della Madre come nell’esempio michelangiolesco, ma se nell’opera oggi in San Pietro la perfetta serenità della giovane Madonna pervade di una sicurezza rinascimentale tutta la composizione, qui invece è la drammaticità a prendere il sopravvento: ma con pochi e calibrati elementi e gesti. Il busto di Cristo è spinto in avanti, e il suo braccio destro giunge fino a terra a toccare la corona di spine. La Madonna solleva il braccio destro con la mano aperta in un gesto di dolore e di incredulità, e la composizione è completata in senso verticale dalla figura di Nicodemo e dall'alta scala usata per portare a terra il corpo del Cristo, mentre sotto il braccio alzato della Madonna si ritaglia uno spazio per la Maddalena, palesemente in lacrime, che sostiene con la sua mano il piede destro del morto: tutti elementi che conferiscono una vivida animazione evidenziando con accenti drammatici il pathos della composizione. Il grande blocco era stato acquistato dall’Opera del Duomo fin dal 1554, ma fu trasportato a Orvieto solo nel 1570, e venne lavorato dallo Scalza nella loggia degli scalpellini presso Palazzo Soliano, sulla base di un modello in terracotta approvato dai committenti e del quale si conserva la testa di Cristo, trasformata nell’Ottocento in quella di San Giovani Battista decollato ed oggi in Sant’Agostino (n. 1). La scultura fu completata nel 1578 e firmata sul basamento nell'anno successivo (HIPPOLYTUS SCALZA URBEVETANUS M.D.LXXVIIII): fin da quando fu iniziata a scolpire, non ebbe una collocazione precisa e forse fu questa ambiguità sullo spazio a cui era destinata a convincere lo scultore ad operare una finitura a 360 gradi. Fu collocata in Duomo nella Cappella Nova, dove rimase fino agli anni ‘40 del Novecento; l’attuale collocazione tuttavia non valorizza pienamente le qualità artistiche della più importante e popolare opera dell’artista.

L’Ecce Homo (nel transetto, tra l’Altare dei Magi e la tribuna) è l’ultima scultura di Scalza, compiuta dall’artista nel 1608 quando aveva ormai più di 75 anni. Il Cristo è ben diverso da quello del gruppo della Pietà dove, pur negli spasmi della morte, era pur sempre rappresentato come un vigoroso giovane. Un discendente dello Scalza, Paolo Ippolito, narrava alla fine del ‘600 come lo scultore vi avesse impresso il segno dell’umile sacrificio che aveva distinto la sua esistenza e il suo impegno per la Fabbrica e per la città: qui il sentimento dominante è infatti quello della struggente fragilità umana, colta quasi nell’estasi ascetica di una persona anziana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ad Ippolito Scalza si deve anche la realizzazione della mostra monumentale dell’organo, posto su un balcone a oltre 12 metri di altezza al di sopra dell’arco d’ingresso alla Cappella del Corporale. Occupa in realtà una posizione defilata e laterale, nonostante la ricca cantoria ne faccia immediatamente apprezzare l’importanza e l’antichità. La storia dell’organo della cattedrale ebbe inizio già nel 1373: aveva ben dodici mantici in tela, pelle e legno, e il suo funzionamento richiedeva la fatica di più operai “levamantici” contemporaneamente applicati. Nel 1580 fu avviata la costruzione del nuovo complesso strumentale, collocato su una balconata sopra l’arco d’ingresso alla cappella del Corporale, e dotato di un prospetto monumentale. Ippolito Scalza fornì il progetto per la cassa di contenimento e la ricca cantoria in legno, di gusto vasariano, con la grande serliana al centro arricchita da colonne, timpani, statue, festoni, cornici e specchiature dipinte da Cesare Nebbia; ma non fu realizzata la sottostante struttura architettonica ad arco trionfale che avrebbe inglobato l’entrata ad arco nella Cappella del Corporale (esiste il progetto completo dello Scalza), e che avrebbe perfettamente integrato il nuovo organo nel sistema decorativo degli altari delle navate laterali allora da poco completato, ma rimosso alla fine dell’800: anzi, l’organo resta l’unico testimone dell’apparato decorativo manierista che proprio lo Scalza aveva propugnato e realizzato.

 

 

Di Ippolito Scalza è anche la Tomba del Vescovo Sebastiano Vanzi (1571), nella Cappella del Corporale, composta da un tabernacolo con il busto del vescovo in atto di leggere un libro, entro una nicchia circolare inscritta in un timpano triangolare spezzato. Tramite due serie di volute, il tabernacolo si sovrappone al sarcofago retto da due volute che lo cingono. Per quanto riguarda il busto, possiamo parlare di una anticipazione del tipo di sepolcro che prenderà piede a Roma in periodo barocco (e che diverrà tema caro al Bernini), in quanto si tratta di una raffigurazione in vita: il prelato è colto nel momento della sua partecipazione ad una funzione religiosa, come se si trattasse di un vero e proprio palco affacciato nella cappella.

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