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09. Palazzo Clementini

Il Palazzo Clementini rappresenta la prima realizzazione di un palazzo urbano da parte di Ippolito Scalza. La data di riferimento è il 1567: Monaldo Clementini gli commissionò l’opera da realizzarsi sul lato ovest dell'isolato dove Antonio da Sangallo il Giovane aveva progettato il grande palazzo Pucci, forse solo appena iniziato. Il palazzo ha una configurazione non a C come sembrerebbe logico dato il grande spazio libero retrostante, ma semplicemente lineare con le due ali separate dall’androne che si articola su una grande volta a botte. Dopo la morte di Monaldo, dal 1577 la proprietà passò a Cornelio Clementini: possiamo distinguere le due fasi di costruzione, quella a sinistra da riferire a Monaldo, e quella a destra a Cornelio.

Il tema della fronte principale richiedeva di dare vigore di immagine ad un prospetto molto esteso in lunghezza: il risultato è una facciata perfettamente proporzionata rispetto alla piazza. È composta secondo lo schema sangallesco romano, cioè a tre piani con cornici marcapiano e bugnati angolari, con un rapporto fra finestre e parti libere in intonaco di 1:1, cioè una proporzione equilibrata per un prospetto lungo e visibile da lontano, essendo la piazza abbastanza larga. Notevole è numero degli assi delle finestre, undici: l’architetto avvicina in verticale le aperture, da una parte slanciando le proporzioni delle loro mostre verso l’alto, e dall’altro abbassando i due piani superiori; ed infine giocando sul forte contrasto del plastico portale bugnato con il resto della facciata, dove invece prevale la linea. Alle estremità chiudono la composizione cantonali bugnati che ad ogni livello successivo presentano un minor rilievo per alleggerire verso l’alto il motivo. La separazione tra i vari livelli e affidata a fascioni marcapiano integrati con i marcadavanzali, che in corrispondenza delle finestre diventano dei parapetti aggettanti con un incasso interno.

Tra le varie scelte compositive dei singoli livelli, degni di nota sono questi particolari: le finestre del primo livello alternano timpani triangolari e circolari, cosa che invece non avviene ai piani superiori; in questo stesso primo livello la cornice inferiore dei timpani è continua, mentre in quello superiore è interrotta da una grande conchiglia. Di questa soluzione citiamo il precedente molto importante delle finestre laterali di Porta Pia e quelle del palazzo dei Conservatori in Campidoglio, entrambe progettate da Michelangelo, opere che lo Scalza aveva sicuramente visto in un suo viaggio a Roma nel 1567. Nel portale, la parte costruita direttamente dallo Scalza è quella del bugnato dei piedritti fino alla pietra di imposta dell'arco: tutto il resto, compreso il balcone sorretto dalle tre grandi mensole, fu realizzato nel 1937 dopo un lungo dibattito. In quella stessa occasione furono realizzate le finestre della metà destra del prospetto, con una formula particolare: le famiglie orvietane offrirono ognuna una finestra mancante. Nel complesso, il prospetto ha un andamento piano e ritmato da un armonioso senso di equilibrio quasi aristocratico: la sua prima opera da architetto è già importante e sicura, e supera ogni prototipo locale.

Nel giardino, notevole il Ninfeo, che sviluppa il tema della finta grotta: Natura naturans e Natura naturata. Il piccolo ninfeo fu inserito a coronamento di un fondale architettonico preesistente al palazzo Clementini, con partiture architettoniche sangallesche che potrebbero essere riferite al peristilio interno dell’incompiuto palazzo di Raffaele Pucci. L'architettura della fontana è strutturata da una nicchia delimitata sul fronte esterno della parete da un arco a tutto sesto, al di sopra del quale due putti in stucco reggono un cartiglio ovale sormontato a sua volta da un frontone spezzato con al centro lo stemma dei Clementini, aggettante su un fondo eseguito a mosaico rustico, cioè di pietre di fiume di diversi colori. All'interno la fontana finge una grotta secondo il gusto tipico del giardino manierista dove l’assemblaggio di rocce, stalattiti e conchiglie si fonde con la pittura e l’architettura, mimetizzandosi in reciproca simulazione. Su uno sperone di finta roccia, al centro, è la statua di una Naiade seduta sopra un delfino e raffigurata nell’atto di cingersi il capo con un velo. Nella volta della nicchia, entro tre riquadri delimitati da fasce decorate a stucco e a mosaico con girali d’acanto, rosette e stelle, sono dipinti a fresco, entro ottagoni il Ratto di Europa e Narciso e al centro, in un ovale, la caduta di Icaro.