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01. Complesso di Sant'Agostino

La chiesa di S. Agostino ebbe, nel medioevo, una storia molto complessa. Gli agostiniani si sistemarono alla metà del ‘200 nella chiesa di S. Lucia che apparteneva precedentemente ai benedettini riformati premonstratensi della badia dei Ss. Severo e Martirio, ma contemporaneamente iniziarono a realizzare un tempio molto più grande, delle stesse dimensione che ad Orvieto negli stessi anni stavano organizzando i Francescani e i Domenicani. Tale grande edificio fu iniziato a partire dal bordo della rupe, quindi con un asse ortogonale alla chiesa di S. Lucia che provvisoriamente occupavano: ma il progetto fu portato a realizzazione solo per la cappella principale e per un breve tratto di navata, e si interruppe. L’edificio incompiuto è quello ora occupato dal ristorante san Giovenale. A questo punto gli Agostiniani decisero di mantenere solamente l’altra chiesa, che ingrandirono sia verso la facciata sia verso l’abside, e che è l’attuale chiesa di S. Agostino. Alla fine del ‘500 furono sistemati gli esterni di entrambi gli edifici, la chiesa e la struttura incompiuta, e qui si vede la mano di Ippolito Scalza: nelle due finestre del prospetto dell’attuale chiesa (ora murate a seguito della trasformazione interna avvenuta attorno al 1730), con le volute a cartoccio sia sotto il davanzale che sopra l’architrave, e nella porta dell’edificio incompiuto e che rappresenta l’entrata al ristorante. Qui il timpano, leggerissimo e ribassato, si spezza e i due monconi si trasformano in morbide volute strigilate che si piegano in diagonale, come mani, o meglio zampe leonine, che reggono un bastone.

La chiesa di S. Agostino, oggi nella sua elegante veste settecentesca, ospita le opere scultoree che furono allontanate dal Duomo a seguito del restauro purista di fine '800. Si tratta dell'intero Apostolato, con statue che coprono l'arco temporale di due secoli, ed il gruppo dell'Annunciazione di Francesco Mochi, ritenuta dalla critica la prima immagine scultorea davvero barocca per il movimento e la trasformazione del vortice che avviluppa specialmente l'angelo annunziante. Tra le statue dell'Apostolato (che nel brevissimo termine saranno ricollocate nel loro spazio originale, cioè nel Duomo), quella che più interessa è il San Tommaso, opera firmata da Ippolito Scalza che si ritrasse con gli strumenti tipici dell'architetto.

Ippolito Scalza finì di scolpire il San Tommaso nel 1587 e la statua, accompagnata da grandi festeggiamenti, fu subito collocata in Duomo (terzo pilastro a destra partendo dall'altare), dove erano già state poste quelle di San Paolo di Francesco Moschino (1556) e di San Pietro di Raffaello da Montelupo (1557); con il San Tommaso dello Scalza si confermò di fatto l’intendimento di realizzare per l’interno del Duomo l’intero Apostolato, così come avverrà negli anni seguenti. Non sappiamo se lo Scalza scelse o suggerì l’apostolo da scolpire, ma resta il fatto che la statua rappresenta l’apostolo nelle vesti dell’architetto e addirittura con le sembianze del suo autore: la leggenda agiografica racconta infatti che l'apostolo in India avrebbe praticato l'architettura. Si deve a una testimonianza del 1683 dovuta a Paolo Ippolito, discendente diretto dell’artista, la notizia che il San Tommaso era davvero il suo autoritratto, chiaramente individuato dagli strumenti di lavoro propri dell’architetto che l’apostolo ha in mano (matita, compasso, squadra e righello graduato) e a terra, vicino ai piedi (quadrante e bussola); ma anche dal particolare della camicia slacciata di foggia moderna. Nel Museo dell’Opera del Duomo (n. 16) è conservato un bozzetto modellato in argilla, propedeutico alla realizzazione della scultura in marmo, che rappresenta il solo volto dell’Apostolo: anche questo è sicuramente un suo autoritratto.

 

Vi sono altre due sculture dello Scalza provenienti dall’Apostolato e conservate in Sant’Agostino: San Giovanni Evangelista (1588-1594, terzo pilastro a sinistra partendo dall'altare), nella quale Scalza anticipò alcune caratteristiche in seguito sviluppate dal barocco romano, come ad esempio la posizione del santo, giovane e bellissimo, che mentre cammina, guarda lontano interrompendo la scrittura (notare il calamaio tenuto con la mano destra); e Sant’Andrea (terminato nel 1599, secondo pilastro a sinistra partendo dall'altare): nel 1589 la statua venne inizialmente commissionata a Fabiano Toti che mantenne l'incarico fino al 1594, quando passò a Ippolito Scalza.

 

 

 

 

Altra opera terminata dallo Scalza è il San Sebastiano, proveniente dal Duomo (nicchia a destra della Cappella Nuova e poi in controfacciata), che era stata disegnata e avviata da Francesco Moschino: lo Scalza risulta lavorarvi tra 1556 e 1557, trattandosi quindi di una delle sue prime opere scultoree: il santo è rappresentato nudo, le mani legate, con forme morbide e sinuose.

Infine, ancora dello Scalza è una Testa di Cristo trasformata in testa di San Giovanni decollato: per la presenza di parte della spalla destra sembra essere stata parte di un modello per la Pietà marmorea che lo Scalza terminò nel 1579. La teca in noce che la contiene fu realizzata nel 1898 da Michelangelo Puccetti in funzione dell'adattamento iconografico.

Copyright: Opera del Duomo