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Disegni per Orvieto dell'«...Illustre concittadino Cesare Nebbia»

Rhoda Eitel-Porter (2004)
Disegni per Orvieto
dell'«...Illustre concittadino Cesare Nebbia»

Presentazione

Rhoda Eitel-Porter (2004)Disegni per OrvietoLa carriera di Cesare Nebbia è molto chiara nelle sue linee di fondo. Sappiamo che esordisce accanto al Muziano, che intraprende una brillante attività a Roma, che diventa, sotto Sisto V, direttore generale, insieme con il modenese Giovanni Guerra, di tutti i principali cicli di affreschi commissionati in Roma dal pontefice, che lavora con notevole impegno e ottimi risultati nell'ultimo decennio del Cinquecento mantenendo viva una tradizione austera di nobile eloqio pittorico fino ai tempi del Transetto Lateranense, che negli ultimi anni conserva una posizione di discreto prestigio e entra nella cerchia di Federico Borromeo con bei lavori a Pavia, in una sorta di parallelismo con l'ultima attività di Federico Zuccari cui fu sempre collegato. L'ultima fase della sua attività sfugge in molti dettagli ma è lecito pensare che visse un dignitoso declino senza particolari aggiornamenti peraltro decisamente impossibili per un autore che, nell'anno 1600, era giunto ad un livello di corretta efficienza nell'ambito del suo stile più fine e controllato.

In Nebbia, dunque, vige per tutta la vita quella figura di autore e, insieme, di progettista che sembra caratterizzare vari e importanti aspetti della attività artistica, soprattutto romana, della seconda metà del Cinquecento.

Questo libro, con una capillare e accurata ricerca di Rhoda Eitel-Porter sui disegni per Orvieto del Nebbia, realizza l'intento di mettere meglio a fuoco tale duplice aspetto della personalità dell'artista orvietano, come progettista di lavori suoi e altrui e come autore originale e dotato di indubbia personalità e qualità nel pletorico ambiente pittorico di quei tempi.

Lo stile del Nebbia, complessivamente inteso, è piuttosto evidente e non dovrebbero esistere quindi troppi problemi per circoscriverne il catalogo, sia pittorico sia dei disegni. Ma dalle indagini del libro, sempre sorrette da una attenzione seria al dato documentario e, in assenza di riscontri precisi, da legittime deduzioni rispetto a quanto è oggi noto o plausibile, risulta chiaro che, da un lato, il Nebbia utilizzò criteri largamente condivisi nel suo ambiente e quindi mise su carta una miriade di stilemi già circolanti nella cerchia zuccaresca, dall'altro tese a avere, sia come progettista sia come esecutore, più "registri" di espressione anche nello specifico della sua attività di disegnatore, mantenendo indubbiamente uno stile costante ma adeguandolo alla tipologia progettuale che veniva di volta in volta elaborando. Da un esame delle opere pittoriche che compaiono in questo volume si capisce subito come il maestro dovesse lavorare sempre, in ogni fase della sua carriera, attorniato da allievi, collaboratori, imitatori, divulgatori del suo stile e delle sue composizioni. Proprio il fatto che il libro lo circoscriva preferibilmente alla attività in patria, fa capire ancora meglio come dovesse funzionare l'organizzazione della sua metodologia produttiva. C'è in Nebbia, e si direbbe da subito, una tendenza ad assimilare influenze forti ma attenuando l'impatto troppo esplicito di energia visiva e di aperto riferimento a sentori evidenti in gagliardia figurativa. Si capisce come Nebbia, forse tramite Muziano ma forse anche attraverso ulteriori fonti, fosse chiaramente edotto dello stile "mosso" e coinvolgente, ad esempio della tradizione salviatesca o tibaldesca, e questo trapela in tanti lavori che gli sono attribuiti plausibilmente o che sono veramente suoi; ma bisogna distinguere bene tra le opere che sono state da lui realizzate e quelle che nascono nell'ambito della sua attività. La mano del Nebbia è buona ma piuttosto ferma, mentre vediamo sorgere, nel giro della sua produzione, lavori suoi certi di bella evidenza visiva, anche se non sempre intrinsecamente eccellenti, e lavori di qualità cospicua anche se non sempre autografi.

Sceverare non è facile, e il ruolo del Nebbia, fin da giovane, nel suo ambiente resta problematico se si pensa come i notevolissimi affreschi della Villa Simoncelli a Torre San Severo, giustamente collegati con la sua mano, non appaiano però autografi ma eseguiti piuttosto da pittori del tutto consapevoli del manierismo fiammingo in Italia e specificamente in area umbra, una forma di manierismo che poi, di fatto, influenza relativamente poco lo stile di Nebbia stesso. Un argomento, questo, che potrebbe essere riproposto, sia pure con diversa accentuazione, anche per gli affreschi dei Palazzi Monaldeschi e Buzi a Orvieto.

È possibile che il fervido ambiente orvietano abbia consentito e favorito questa miriade di scambi e che oggi nel nome del Nebbia si assommino vari fenomeni che all'epoca restarono più chiaramente distinti. In realtà Nebbia, quando siamo in grado di riconoscerlo veramente nella sua specificità, è artista autonomo rispetto a Muziano stesso, a Federico Zuccari e a Niccolò Circignani ma soffre di quella tendenza all'omologazione che nei lavori del Duomo di Orvieto, durati del resto per oltre venti anni, fu sempre più latente e che avrà, nel corso dell'ottavo decennio del secolo sedicesimo, una importante ricaduta a Roma.

L'idea, in parte mutuata dalla tradizione fiamminga in parte del tutto personale, della costruzione "in salita" della pala d'altare, guida la formulazione delle idee figurative e si rende disponibile a una serie di riproposte in cui l'identificazione della mano che ha effettivamente eseguito il dipinto resta problematica, ancorché il riferimento a Nebbia appaia in sostanza giusto, non essendoci la necessità assoluta di articolare il discorso sul tema della qualità, che è globalmente mediocre al punto da relegare tutta una serie di prodotti figurativi consimili in posizioni marginali rispetto alle grandi tematiche storiografiche di cui vi è in questi lavori pur sempre un cospicuo riflesso.

Lo studio sui disegni segue tutte queste tracce alla ricerca di una più precisa identità del Nebbia progettista e si va dalle primissime prove in cui è lampante l'accostamento alla scuola di Taddeo Zuccari (e ne è prova il dipinto di Cristo e il Bambino, probabilmente del 1559), agli studi per le opere del Duomo di Orvieto (e qui è da rimarcare l'importante identificazione della prima versione delle Nozze di Cana, oggi nella chiesa di S.Giovanni a Castel Rubello presso Orvieto, in cattive condizioni ma ancora decifrabile, nonché il problema, decisivo, del disegno per la Crocefissione, n.9, che il Vasari riferiva a Ercole Procaccini in modo non del tutto infondato) fino agli studi, purtroppo malconci, per la ridecorazione della Tribuna del Duomo, per la Villa Simoncelli a Torre S. Severo e per progetti storici o mitologici forse mai eseguiti e che danno meglio la misura del rapporto tra Nebbia e Guerra.

Una ricognizione, quindi, che arreca contributi determinanti per una migliore comprensione del Nebbia e del vasto mondo artistico che gravitò per tanto tempo intorno a lui.

Claudio Strinati